Quando ho scritto L'Uomo dei Saldi l'Italia aveva 120 anni, ora ne ha 150. Non c'erano i telefonini, non c'erano i PC, non c'era internet, non c'erano i televisori con 1400 canali anche se li avevo già previsti nella mia Casa Comoda. Da poco eravamo usciti da una crisi devastante, i BOT rendevano il 27% e le banche prestavano denaro al 32% e, se non lo facevano, prosperavano gli usurai al 30% al mese e, malgrado tutto questo, la gente arrivava alla fine del mese. Il merito era in gran parte dei genitori, che erano passati attraverso la guerra e i primi anni della ricostruzione e che avevano superato le difficoltà di gran lunga superiori a quelle odierne. Scegliere i Saldi trent'anni fa poteva essere una scelta ideologica, oggi potrebbe essere divenuto un obbligo.
lunedì 23 gennaio 2012
Sommario
I tiloli sono cliccabili
Copertina e prefazione
L'Uomo dei Soldi
Precario da più di 50 anni
Rigore è quando arbitro fischia
La terza guerra mondiale
Dottor Faust e Mefistobank
Una droga legalizzata
La lotteria delle elezioni
I nuovi feudi
Rassegnamoci
Gli avvoltoi
L'Apprendista Latitante
I negozi virtuali
Prossima tappa, il baratto
I nuovi carneadi
Le riserve auree delle famiglie
L'evasione, ottavo vizio capitale
Santi, navigatori e scrittori
Golia e Davide
Il PIL e le catene di santantonio
Copertina e prefazione
L'Uomo dei Soldi
Precario da più di 50 anni
Rigore è quando arbitro fischia
La terza guerra mondiale
Dottor Faust e Mefistobank
Una droga legalizzata
La lotteria delle elezioni
I nuovi feudi
Rassegnamoci
Gli avvoltoi
L'Apprendista Latitante
I negozi virtuali
Prossima tappa, il baratto
I nuovi carneadi
Le riserve auree delle famiglie
L'evasione, ottavo vizio capitale
Santi, navigatori e scrittori
Golia e Davide
Il PIL e le catene di santantonio
Le catene di santantonio
Ho sempre avuto una buona memoria. Ricordo benissimo i prezzi di ciò che acquistavo nel 1970 e posso qui di seguito fornirvi degli esempi: Marlboro 400 lire, Carpenè Malvolti 600 lire, Veuve Clicquot 2920 lire, ristoranti buoni di Genova 2.500 lire, buon albergo tre stelle a Brescia 2.500 lire, rapido Genova Venezia in prima classe 10.200 lire, aereo Genova Roma 16.000 lire, trattorie modeste 800 lire, una Porsche quattro milioni e mezzo, un chilo di pane poco più di 200 lire e un affitto a genova per tre locali più servizi andava intorno alle 50.000 lire. Tutti questi valori perdono significato se non vi parlo anche dello stipendio di un impiegato che allora variava tra le 160.000 e le 200.000 lire. Proprio da quest'ultimo dato emerge la possibilità di confronto con i giorni nostri e solo confrontando il potere d'acquisto riusciamo ad avere le idee più chiare su quello che è successo. Con uno stipendio da 200.000 lire si comprava una tonnellata di pane o una Porsche la si pagava in due anni mentre con lo stipendio di un mese si potevano avere 80 pasti in un buon ristorante. Proviamo oggi a fare gli stessi conti e vedremo che mentre quarant'anni fa una famiglia monoreddito arrivava dignitosamente alla fine del mese oggi, per farlo, di redditi ne servono due. Oggi una tonnellata di pane costa 4.000 euro e ottanta pasti in un discreto ristorante ne costano almeno 3.000. Se poi aggiungiamo telefonini, motorini per i figli, seconde auto, weekend sulla neve (tanto per fare degli esempi) c'è il rischio di non arrivare a fine mese anche con due stipendi. Gli aumenti ci sono stati ma soprattutto si è modificato lo stile di vita, ad esso ci si è abituati ed il rischio è quello di dovere rinunciare al necessario per il superfluo, un superfluo che assorbe spesso il secondo reddito. E' lo scotto che abbiamo pagato, che ci hanno fatto pagare, singolarmente, per inseguire di anno in anno, il maledetto incremento del PIL, un miraggio di tutta l'economia occidentale figlio delle catene di santantonio, mentre gli stati si organizzavano e concordavano di anno in anno la possibilità di indebitarsi sempre di più, come se il giorno del redde rationem non dovesse mai arrivare. E fu così che lo struzzo, mettendo la testa sotto la sabbia, morì soffocato.
Golia e Davide
La situazione sta peggiorando. Golia sta diventando sempre più forte e Davide sempre più indifeso. La lotta è ovviamente impari. Chiamiamo un call center e non riusciamo a ricevere la risposta che cerchiamo, dobbiamo contestare una contravvenzione già pagata ma il computer non è d'accordo, non paghi una tassa e qualcuno ti pignora casa e auto, auto che per giunta non servirebbe più a nulla perché in alcune città non si può circolare né posteggiare (se non a pagamento) sempre che uno riesca a pagare la benzina. Anche fumare sta diventando impossibile per chi ha un bilancio normale e persino sbagliare contenitore mentre si depositano i rifiuti genera pesanti sanzioni. Le conseguenze dell'Era delle Gabelle, preannunciata nel mio precedente Uomo dei Saldi, stanno condizionando violentemente la nostra vita, ci obbligano a percepire come ostile il mondo in cui viviamo. Quando accendiamo la televisione e vediamo i mille volti di Golia (i premier delle varie nazioni, le agenzie di rating, i loro portavoce) prendiamo ogni giorno di più coscienza della nostra condizione. Quando ci sentiamo dire mille volte che ce la faremo o altrettante volte che il rischio di non farcela è molto alto non sappiamo se stanno parlando di noi anche se il sospetto che non siano loro a doversi preoccupare matura nelle nostre teste, Cominciamo anche a chiederci quale fetta di responsabilità ci compete ma non siamo i soli a pensarla in questo modo perché anche i Golia sono certi di essere entrati al cinema durante il secondo tempo e di avere grandi alibi se non ci capiscono nulla. Ma non si preoccupano più di tanto perché sanno che Davide ha perso la fionda.
Santi, navigatori e scrittori
C'è chi nasce e pochi anni dopo vuole fare il pompiere o il medico e chi vuole fare lo scrittore. Ci sono maggiori probabilità, molto ampie, che il primo ci riesca e il secondo debba rinunciare, questo per lo meno fino a pochi anni fa. Sì perché ad uno scrittore non bastava avere scritto, voleva anche vedere pubblicato il suo libro, tenerlo fra le mani, regalarne qualche copia agli amici. Se non trovava l'agente giusto, capace di imporlo ad un editore, l'unica via era quella di stamparlo in proprio. Era un'operazione complessa, composizione, impaginazione, pellicole, lastre, stampa, rilegatura, tutte fasi costose, ammortizzabili con almeno un migliaio di copie vendute o con spese compensate da parte dell'autore, pratica oggi comune - quest'ultima - anche in case editrici di grande nome. Erano quindi tre le categorie di scrittori: quelli approvati da un editore, quelli che producevano in proprio potendoselo permettere e gli altri. Oggi la situazione è cambiata. Con testi scritti e impaginati in casa e con le nuove tecnologie digitali, stampare un libro, anche una copia soltanto, è diventata una cosa alla portata di tutte le tasche, con pochi euro si trasforma un proprio testo in un vero libro, rilegato, del tutto simile a quelli che troviamo in libreria. Se poi uno rinuncia all'idea del cartaceo c'è sempre la possibilità, a costo zero, di trasformare il proprio romanzo, il proprio saggio, in un ebook e di vederlo proposto online da tutte le librerie virtuali. Ecco così che chi desiderava fare il pompiere o il medico può farlo, così come chi vuole fare lo scrittore. Che poi costui riesca a vivere o sopravvivere scrivendo questo è un altro discorso.
L'evasione, ottavo vizio capitale
Il sesto comandamento, nella versione popolare. dice di non commettere atti impuri. Quando ero ragazzino, e potete immaginare la gravità di quegli atti, c'erano voci che con tale pratica si diventasse ciechi mentre un'altra corrente di pensiero limitava le conseguenze ad una vistosa acne. Indipendentemente da tutto ciò, che riguardava il corpo, c'era l'aspetto morale. Si commetteva peccato e veniva estratto il cartellino. Giallo o rosso dipendeva dal confessore, il peccato poteva essere veniale o mortale senza che il peccatore (in questi casi era sempre stranamente maschio) conoscesse le differenze tra queste due valutazioni che portavano poi più o meno alla stessa pena temporale, che veniva poi scontata con preghiere, penitenze o opere di carità. Traducendo in termini pratici, quello che poteva essere un reato di ordine morale veniva cancellato purché si seguisse l'iter sopra accennato. La soluzione alternativa, adottata da molti, era il quinto emendamento che permetteva all'indagato di non rispondere perché farlo lo avrebbe incriminato.
Ho parlato di quello che succedeva più di cinquant'anni fa. Ne ho parlato perchè l'altro giorno il Cardinale Bagnasco, che ormai ha anni sufficienti per considerare peccato venialissimo l'atto impuro di un ragazzino, ha scovato un altro peccato, sicuramente più trasversale rispetto alle fasce di età, l'evasione fiscale. Non è la prima volta che non si fa gli affari suoi e, per il ruolo che svolge all'interno della sua azienda ma soprattutto per la sua professione, dovrebbe ricordarsi che può scagliare la pietra solo chi è senza peccato. La chiesa, attraverso il presidente della CEI, parla di tasse. E' poco credibile, è come se parlasse delle curve delle donne!
Ho parlato di quello che succedeva più di cinquant'anni fa. Ne ho parlato perchè l'altro giorno il Cardinale Bagnasco, che ormai ha anni sufficienti per considerare peccato venialissimo l'atto impuro di un ragazzino, ha scovato un altro peccato, sicuramente più trasversale rispetto alle fasce di età, l'evasione fiscale. Non è la prima volta che non si fa gli affari suoi e, per il ruolo che svolge all'interno della sua azienda ma soprattutto per la sua professione, dovrebbe ricordarsi che può scagliare la pietra solo chi è senza peccato. La chiesa, attraverso il presidente della CEI, parla di tasse. E' poco credibile, è come se parlasse delle curve delle donne!
Le riserve auree delle famiglie
Ogni nazione ha delle riserve auree per bilanciare il valore delle banconote stampate anche se la copertura aurea è stata abrogata. In ogni caso l'Italia ha circa duemilacinquecento tonnellate d'oro (in termini tecnici le chiamano megagrammi), un quarto del totale dell'Europa. Già questo dovrebbe essere un indice rassicurante se pensiamo che la Spagna ne ha duecentottantuno e il Regno Unito trecentodieci. Per giunta, considerando il fatto che oggi l'oro vale più del doppio di cinque anni fa, potremmo ritenerci fortunati perché il suo controvalore è passato da cinquecento a più di mille miliardi di euro. Mi piacerebbe sapere quanti euro italiani sono stati messi in circolazione, un dato che non sono riuscito a trovare ma poco importante ai fini di quello che sto per scrivere.
Quando ero ragazzo si facevano molti regali in oro e in argento, il primo costava meno di mille lire al grammo il secondo non più di trenta. con lo stipendio di un impiegato si poteva comprare poco più di un etto del primo e circa quattro chili del secondo. Oggi con lo stipendio dello stesso impiegato si comprano meno di quaranta grammi d'oro e un chilo e mezzo di argento; facendo i conti chiunque abbia investito i suoi risparmi in metalli preziosi oggi se li troverebbe rivalutati di circa due volte e mezzo. Pochi lo hanno fatto ma molti si sono trovati a possedere catenelle e medagliette, braccialetti fuori moda, oggetti spesso considerati poco più di cianfrusaglie senza valore, non degni neppure di un monte dei pegni. Ma un certo giorno sono nati i compraoro, negozi specializzati nell'acquisto, per contanti, di oro usato (in una strada di Milano, in meno di un chilometro, ce ne sono cinque). Le quotazioni sono esposte, le cifre proposte sono allettanti e anche chi ha una certa ritrosia (e un po' di vergogna) comincia a prendere in considerazione l'idea e l'offerta trenta euro al grammo diventa convincente. E' così che le piccole riserve auree delle famiglie, in un periodo di crisi, si indirizzano verso una nuova collocazione, si trasformano in una piccola somma di denaro che trova anch'essa presto una sua destinazione, spesso una soluzione indolore per risolvere, forse per l'ultima volta, un problema di difficile soluzione.
Quando ero ragazzo si facevano molti regali in oro e in argento, il primo costava meno di mille lire al grammo il secondo non più di trenta. con lo stipendio di un impiegato si poteva comprare poco più di un etto del primo e circa quattro chili del secondo. Oggi con lo stipendio dello stesso impiegato si comprano meno di quaranta grammi d'oro e un chilo e mezzo di argento; facendo i conti chiunque abbia investito i suoi risparmi in metalli preziosi oggi se li troverebbe rivalutati di circa due volte e mezzo. Pochi lo hanno fatto ma molti si sono trovati a possedere catenelle e medagliette, braccialetti fuori moda, oggetti spesso considerati poco più di cianfrusaglie senza valore, non degni neppure di un monte dei pegni. Ma un certo giorno sono nati i compraoro, negozi specializzati nell'acquisto, per contanti, di oro usato (in una strada di Milano, in meno di un chilometro, ce ne sono cinque). Le quotazioni sono esposte, le cifre proposte sono allettanti e anche chi ha una certa ritrosia (e un po' di vergogna) comincia a prendere in considerazione l'idea e l'offerta trenta euro al grammo diventa convincente. E' così che le piccole riserve auree delle famiglie, in un periodo di crisi, si indirizzano verso una nuova collocazione, si trasformano in una piccola somma di denaro che trova anch'essa presto una sua destinazione, spesso una soluzione indolore per risolvere, forse per l'ultima volta, un problema di difficile soluzione.
I nuovi carneadi
Carneade. Chi era costui? Don Abbondio non sapeva nulla di questo filosofo greco eppure altri, pochi, lo sapevano. E' un po' come se oggi chiedessi chi è Marc Jacobs. Non ha nulla a che vedere con la filosofia, è il direttore artistico della Louis Vuitton e vanta collaborazioni con Stephen Sprouse e con Takashi Murakami, anch'essi praticamente sconosciuti. Sconosciuti ma conosciutissimi in ambiti molto ristretti, tra gruppi di persone del tutto distanti dal mondo reale, frequentatori abituali delle cerchie ristrette sponsorizzate da Anna Wintour e dai suoi amici.
Ma cosa hanno in comune Carneade e Jacobs? Nulla, al di là del fatto di appartenere a delle nicchie minime di interesse all'interno delle quali c'è fama, apprezzamento, successo, stima. Molto, per il fatto che la gente comune non sa chi sia stato il primo e chi sia il secondo. Esiste infatti una frattura profonda tra fasce di popolazione che hanno obiettivi diversi, differenti stili di vita e, non ultimo per importanza, un grande divario nel bilancio familiare. Lidl è un nome molto più popolare di Louboutin, e lo stesso si può dire per Swatch rispetto a Piaget. Di esempi simili ne potremmo fare migliaia ma questo non farebbe altro che portarci nei diversi mondi di chi possiede una Viper rispetto a quello unico di colui che viaggia in autobus. Di certo c'è che la famiglia di Carneade ha migliaia di componenti mentre la gente comune non ha nemmeno bisogno di un nome, perchè è molto più riconoscibile, perchè la sua identità è definita, perchè è proprio sulla gente comune che si basa la nostra società, sulle sue abitudini, sulle sue spese quotidiane, sulle tasse che ogni anno versa alle casse dello stato. Ogni Carneade è invece unico e pochi sono i suoi discepoli con tutto quello che ne segue.
Ma cosa hanno in comune Carneade e Jacobs? Nulla, al di là del fatto di appartenere a delle nicchie minime di interesse all'interno delle quali c'è fama, apprezzamento, successo, stima. Molto, per il fatto che la gente comune non sa chi sia stato il primo e chi sia il secondo. Esiste infatti una frattura profonda tra fasce di popolazione che hanno obiettivi diversi, differenti stili di vita e, non ultimo per importanza, un grande divario nel bilancio familiare. Lidl è un nome molto più popolare di Louboutin, e lo stesso si può dire per Swatch rispetto a Piaget. Di esempi simili ne potremmo fare migliaia ma questo non farebbe altro che portarci nei diversi mondi di chi possiede una Viper rispetto a quello unico di colui che viaggia in autobus. Di certo c'è che la famiglia di Carneade ha migliaia di componenti mentre la gente comune non ha nemmeno bisogno di un nome, perchè è molto più riconoscibile, perchè la sua identità è definita, perchè è proprio sulla gente comune che si basa la nostra società, sulle sue abitudini, sulle sue spese quotidiane, sulle tasse che ogni anno versa alle casse dello stato. Ogni Carneade è invece unico e pochi sono i suoi discepoli con tutto quello che ne segue.
Prossima tappa, il baratto
Un collezionista di macchine fotografiche d'epoca mi segnalò, nel 1996, ebay.com. Si trattava di un sito d'aste, destinato a diventare in pochi anni un colosso, quotato a Wall Street. Fino ad allora avevo tre fonti principali di approvvigionamento, i classified (piccoli annunci) sulle riviste americane, le aste di Christie's e Classic Collection a Londra, a due passi dal British Museum. Divenni così cliente fedele di Jay O. Tepper, di Michael Pritchard (il responsabile della casa d'aste) e di David Woodford e di Mahendra Modi. A distanza di vent'anni li ricordo tutti perché avevo modo di scambiare informazioni, di scambiare opinioni e di acquistare pezzi più o meno rari. Come? Via fax. La prima volta che entrai da Classic Collection mi venne incontro un impiegato chiedendomi se poteva essermi di aiuto. Risposi che conoscevo bene il loro negozio pur non essendoci mai stato. L'impiegato pronunciò subito il mio nome. Ero l'unico che affidava al fax i miei dati e la mia carta di credito. Ovviamente acquistavo anche da altri ma saltuariamente, sempre con lo stesso metodo. Quando scoprii ebay mi si aprirono nuovi orizzonti, vidi (e talvolta acquistai) macchine e accessori a prezzi del tutto diversi, molto più bassi di quelli a cui mi ero abituato. A quei tempi Ebay aveva un contatore che segnalava ai visitatori il numero degli oggetti in vendita. Ricordo che a metà del 1996 il totale era poco meno di 200.000. Poco più di un anno dopo la cifra era cresiuta di 35 volte, erano sette milioni. La crescita fu esponenziale e questo permise a ebay di acquistare i concorrenti che si affacciavano aggressivamente sulla scena. Ricorderete ibazar, sito pubblicizzato in Italia da Platinette. Guadagnò posizioni in Europa finchè Ebay decise di acquistarlo alla modica cifra di 150 miliardi di lire rimanendo, così come lo è ora, leader del mercato.
Ebay è una casa d'aste automatica. Da una parte c'era chi vendeva, persone che cercavano di portare a casa del denaro cedendo, talvolta per necessità, delle cose preziose o inutilizzate, dall'altra una o più persone che volevano acquistare qualcosa per puro piacere o per via di prezzi particolarmente vantaggiosi. La voce che su Ebay si riusciva a vendere di tutto cominciava a spargersi ma non tutti avevano confidenza con i computer. I pochi esperti furono subissati da richieste di amici che volevano vedere quanto era facile trasformare in denaro un doppio regalo, cose dimenticate da anni in soffitta, un mobile ingombrante. Facile lo era davvero se il prezzo di partenza era prossimo allo zero, più difficile se uno aveva grandi aspettative. Ebay divenne un paradiso per chi voleva giocare o per i collezionisti e lo rimase per anni, prima di venire invaso dalle offerte di cianfrusaglie nuove provenienti prevalentemente dall'oriente. Ma Ebay, con l'approssimarsi della crisi, cominciò a proporre gratuitamente un nuovo servizio, quello degli annunci, molto simile a quello che, su supporto cartaceo, veniva offerto da Secondamano. La gente cominciava ad avere bisogno di vendere, Ebay non era più un gioco divertente e col tempo è divenuto lo strumento per riuscire a racimolare qualche euro. E' così che per qualche decina di euro si può acquistare un servizio di posate, dono di nozze mai utilizzato, o abiti di buona marca usati ma poco, e tanto altro spendendo un terzo, un quarto di quanto lo stesso oggetto costerebbe in negozio. Il negozio ne soffre le conseguenze ma due persone, che ne hanno tratto vantaggio, hanno individuato una nuova strada per riuscire ad arrivare a fine mese.
Ebay è una casa d'aste automatica. Da una parte c'era chi vendeva, persone che cercavano di portare a casa del denaro cedendo, talvolta per necessità, delle cose preziose o inutilizzate, dall'altra una o più persone che volevano acquistare qualcosa per puro piacere o per via di prezzi particolarmente vantaggiosi. La voce che su Ebay si riusciva a vendere di tutto cominciava a spargersi ma non tutti avevano confidenza con i computer. I pochi esperti furono subissati da richieste di amici che volevano vedere quanto era facile trasformare in denaro un doppio regalo, cose dimenticate da anni in soffitta, un mobile ingombrante. Facile lo era davvero se il prezzo di partenza era prossimo allo zero, più difficile se uno aveva grandi aspettative. Ebay divenne un paradiso per chi voleva giocare o per i collezionisti e lo rimase per anni, prima di venire invaso dalle offerte di cianfrusaglie nuove provenienti prevalentemente dall'oriente. Ma Ebay, con l'approssimarsi della crisi, cominciò a proporre gratuitamente un nuovo servizio, quello degli annunci, molto simile a quello che, su supporto cartaceo, veniva offerto da Secondamano. La gente cominciava ad avere bisogno di vendere, Ebay non era più un gioco divertente e col tempo è divenuto lo strumento per riuscire a racimolare qualche euro. E' così che per qualche decina di euro si può acquistare un servizio di posate, dono di nozze mai utilizzato, o abiti di buona marca usati ma poco, e tanto altro spendendo un terzo, un quarto di quanto lo stesso oggetto costerebbe in negozio. Il negozio ne soffre le conseguenze ma due persone, che ne hanno tratto vantaggio, hanno individuato una nuova strada per riuscire ad arrivare a fine mese.
I negozi virtuali
Postal Market. I più giovani non sanno certo di cosa parlo. Una azienda italiana che verso la fine degli anni ottanta fatturava più di seicento miliardi di lire, con quasi cinquantamila spedizioni al giorno. Un vero colosso, con posizione dominante nel settore delle vendite per corrispondenza, i cui servizi erano utilizzati da abitanti di paesi o di piccole città lontane dove difficilmente si poteva trovare di tutto, cosa che invece avveniva nei grandi centri. Il corposo catalogo semestrale, di centinaia di pagine, veniva venduto nelle edicole e il suo costo era rimborsabile sul primo acquisto e superava per tiratura le più importanti testate italiane. Ma all'inizio degli anni novanta, sicuramente complice la grave situazione della lira che perse più del cinquanta per cento del suo valore nei confronti delle altre valute europee, ci fu una caduta verticale delle vendite e l'unica soluzione fu quella di vendere la società in Germania ad un colosso del settore che puntava sul nuovo mercato dell'est. le cose non finirono bene nemmeno in quel caso. Era arrivato internet, erano arrivate le vendite online. Tutti, potevano vedere, confrontare, scegliere e poi, via posta o per corriere, potevano ricevere quello che avevano deciso di acquistare. C'era molta diffidenza, grande timore di truffe, paura di vedersi addebitare sulla carta di credito acquisti non fatti e le cose, all'inizio, andarono a rilento. Era solo questione di abitudine, le protezioni andavano aumentando e le carte di credito rimborsavano importi indebitamente sottratti. Ci sono voluti più di dieci anni ma ma chi ha sperimentato anche una sola volta questo nuovo sistema di acquisto ne è uscito rassicurato e per giunta, prima di farlo, ha potuto confrontare il prezzo su siti specializzati tipo kelkoo.it. Proprio attraverso questi portali gli operatori dei diversi settori hanno potuto vedere le mosse dei concorrenti ed entrare in gara con loro avvicinandosi, per potere vendere, ai prezzi minimi proposti dagli altri, non solo in Italia. Se Postal Market avesse retto per soli altri tre/quattro anni avrebbe potuto mantenere la propria posizione di privilegio maturata durante tre decenni ma la piega che avrebbero preso le cose era del tutto imprevedibile. Nel 1998, scrivendo su Guida Immobiliare e dopo avere letto parecchi testi americani, condividevo la previsione, ormai avverata, che il novanta per cento delle transazioni immobiliari sarebbe avvenuta attraverso internet. Erano allora solo alcune nicchie di mercato a trovare il nuovo sbocco. Allora alcune, oggi tutto. Un po' come quando alla fine dell'ottocento, nei paesi più sperduti deli Stati Uniti, arrivarono i primi cataloghi illustrati dove chiunque poteva acquistare una pistola, un abito da sposa, un bicchiere di cristallo, il tessuto per le tende o un letto di mogano, nel primo negozio virtuale della storia.
venerdì 20 gennaio 2012
L'Apprendista Latitante
Gondole di plastica non ne ho mai viste a parte quelle non degne nemmeno del museo del kitsch che troviamo sulle bancarelle dei mercatini. Costruire una gondola richiede una competenza che ha radici antiche, sempre tramandata di padre in figlio, di mastro in allievo. Legni diversi per i quasi trecento pezzi che la compongono, pesi diversi per il ferro di prua, asimmetrie soggettive per lo scafo, forcole uniche per assecondare la spinta del vogatore, un lavoro che non si impara sui libri! Poiché gondole in plastica non se ne fanno, a Venezia è nata una scuola sperimentale per aspiranti Mastri d'Ascia, una scuola, perché il vecchio modello, quello dell'artigiano che trasmette il suo sapere ad un apprendista non esiste più. Eppure era un modello che funzionava, simile per alcuni aspetti a quello dell stage, me lo ricordo benissimo quando, poco meno di quarant'anni fa, c'erano spesso ragazzi che chiedevano di potere entrare nel mio studio per imparare il mestiere del grafico. Non era raro che decidessi per il sì, che dedicassi loro del tempo, che insegnassi loro gran parte di quello che sapevo. Non c'era alcun vantaggio da parte mia, non c'erano richieste di denaro da parte loro. Sapevano che l'occasione era ghiotta (mancavano le scuole e di ottimisti disponibili come me ce ne erano davvero pochi) e ne approfittavano cercando di restituire, almeno in parte, quello che a loro veniva dato gratuitamente. Molto tempo dopo, a metà degli '90, arrivò internet e mi ci dedicai a tempo pieno. Con la mia esperienza di grafico imparai a fare delle belle pagine, con le mie competenze di comunicazione allargata divenni esperto nella usabilty, anni di marketing diretto mi permisero una sorta di interattività con i visitatori. Era arrivato il momento in cui ridurre gli investimenti in pubblicità o, a parità di costo, di ottimizzare i risultati. Le mie ventiquattro ore al giorno erano troppo poche per quello che avrei voluto realizzare, sarebbe servita una struttura e c'era il modo di costruirla come venti o trent'anni prima ero riuscito a costruire dei gruppi di lavoro, suggerendo loro il mio modus operandi e gli obiettivi da raggiungere. Tutti i ragazzi, in quei giorni, cominciavano ad essere stanchi delle chat, volevano imparare, saperne di più per rendersi indipendenti, per scegliere una strada del tutto nuova, per potere esibire competenze a quel tempo rare. Ma ebbi allora una nuova conferma di quanto il mondo fosse cambiato: una delle domande frequenti durante i primi approcci riguardava il denaro, quanto cioè avrebbero guadagnato, quanto avrei dato loro perché imparassero, richieste che sarebbero state legittime se fossi stato il proprietario di una trattoria e loro fossero venuti da me per fare i lavapiatti! Un'esperienza che non fu vana perché mi resi conto una volta di più (come aveva detto Jacques Séguéla nel 1979) che è meglio suonare il piano in un bordello che fare il pubblicitario!
Precario da più di cinquant'anni
"La
precarietà è l’unica costante dei nostri tempi, emana
un profumo che dà stimoli ad alcuni mentre atterrisce gli
altri, crea un senso quotidiano di avventura che permette ai
primi di agire e che rende immobili gli altri."
Ho scritto queste righe nel 1982, quando l'incertezza del futuro, dopo decenni di ottimismo, cominciava ad essere percepita, un segno che il Grande Cambiamento era già avvenuto, senza clamori. Erano anni in cui le madri pregavano perché il figlio trovasse un posto in banca, anni in cui la ricerca della Raccomandazione era frenetica. Erano gli anni del grande voto di scambio e la merce di scambio era l'assunzione nei grandi carrozzoni dello stato, le ferrovie, le poste, le amministrazioni pubbliche, tutte manovre che dopavano il mercato del lavoro, appesantendo il bilancio pubblico. Questa situazione era sotto gli occhi di tutti, la disoccupazione sembrava diminuita ma, se vogliamo vedere le cose da un altro punto di vista, l'offerta di posti di lavoro da parte delle aziende era sufficientemente bassa e lo stato provvedeva, attraverso le sue ramificate attività, ad una sorta di cassa integrazione generale con lo strumento principe di cui all'epoca poteva disporre, la stampa di denaro.
Queste cose le vedevo dall'esterno, non avevo mai partecipato alla grande rincorsa al posto di lavoro fisso, da anni, da precario, avevo scelto un'attività individuale, non conosciuta né riconosciuta (nemmeno tra le professioni previste per la carta di identità), quella di grafico creativo in una città spenta, priva di iniziative e di aziende. Certo, oltre alle difficoltà c'erano anche le gratificazioni, tutte però di ordine prevalentemente morale, la stima dei colleghi, l'apprezzamento da parte dei clienti, le cariche nelle associazioni nazionali ma il tutto, sempre, sul terreno scivoloso dell'incertezza. Proprio l'incertezza era lo scotto da pagare, masochisticamente, per mantenere il mio stato di precario al quale non solo mi sono abituato ma anche, col tempo e ormai sono circa cinquant'anni, affezionato.
Ho scritto queste righe nel 1982, quando l'incertezza del futuro, dopo decenni di ottimismo, cominciava ad essere percepita, un segno che il Grande Cambiamento era già avvenuto, senza clamori. Erano anni in cui le madri pregavano perché il figlio trovasse un posto in banca, anni in cui la ricerca della Raccomandazione era frenetica. Erano gli anni del grande voto di scambio e la merce di scambio era l'assunzione nei grandi carrozzoni dello stato, le ferrovie, le poste, le amministrazioni pubbliche, tutte manovre che dopavano il mercato del lavoro, appesantendo il bilancio pubblico. Questa situazione era sotto gli occhi di tutti, la disoccupazione sembrava diminuita ma, se vogliamo vedere le cose da un altro punto di vista, l'offerta di posti di lavoro da parte delle aziende era sufficientemente bassa e lo stato provvedeva, attraverso le sue ramificate attività, ad una sorta di cassa integrazione generale con lo strumento principe di cui all'epoca poteva disporre, la stampa di denaro.
Queste cose le vedevo dall'esterno, non avevo mai partecipato alla grande rincorsa al posto di lavoro fisso, da anni, da precario, avevo scelto un'attività individuale, non conosciuta né riconosciuta (nemmeno tra le professioni previste per la carta di identità), quella di grafico creativo in una città spenta, priva di iniziative e di aziende. Certo, oltre alle difficoltà c'erano anche le gratificazioni, tutte però di ordine prevalentemente morale, la stima dei colleghi, l'apprezzamento da parte dei clienti, le cariche nelle associazioni nazionali ma il tutto, sempre, sul terreno scivoloso dell'incertezza. Proprio l'incertezza era lo scotto da pagare, masochisticamente, per mantenere il mio stato di precario al quale non solo mi sono abituato ma anche, col tempo e ormai sono circa cinquant'anni, affezionato.
giovedì 19 gennaio 2012
Gli avvoltoi
Basterebbe un elenco di nomi (non citando le vittime) per intuire l'argomento che sto trattando: Annamaria Franzoni, Sabrina e Cosima Misseri, Salvatore Parolisi, Amanda Knox e Raffaele Sollecito, Danilo Restivo... colpevoli o meno i loro nomi e i loro volti hanno saturato ogni spazio possibile dell'informazione, le reti televisive hanno combattuto aspramente per assicurarsi ex-magistrati, psicologi, criminologi di fama per creare un ring tra colpevolisti e innocentisti prima ancora che la magistratura, quella vera, cominciasse ad occuparsi dei singoli casi. A valle, nei salotti dei telespettatori, ognuno diventa giudice, investigatore, avvocato come quando, durante una partita di calcio tutti diventano allenatori. Ogni delitto irrisolto genera audience, in percentuali proporzionali alla complessità della storia e alla carenza di prove oggettive, la ricerca del colpevole diventa così un gioco di società nel quale gli indizi perdono il loro valore soggettivo. A lungo andare l'interesse dello spettatore diminuisce e gli uomini degli indici di ascolto vanno alla ricerca di un nuovo tema e se dopo Thanatos arriva Eros ancora meglio e se Eros poi coinvolge personaggi potenti e famosi, ebbene la loro poltrona è sempre più salda. Ma quando anche Eros non eccita più la fantasia del pubblico ecco il grande colpo di culo: una tragedia in mare. I telegiornali non parlano d'altro, i talk show con ospiti miracolati si moltiplicano, tutti sanno la verità del prima del durante e del dopo. Nel frattempo S&P ha declassato nove paesi, la Merkel ha detto a Monti di arrangiarsi e malgrado tutto questo la borsa sale e lo spread scende ma l'imprevista controtendenza non fa notizia o per lo meno ne fa molto poca. Finchè la storia della nave va non è bene corerre rischi. Ma prima o poi, come è successo in passato, l'interesse si affievolirà e ci sarà bisogno di una storia ancora più eclatante dell'ultima anche se dopo le Torri Gemelle e la Concordia per gli Avvoltoi dell'informazione ci vorrebbe almeno una nuova guerra, non troppo lontana da noi.
mercoledì 18 gennaio 2012
Rassegnamoci
Ci sono stati anni durante i quali il Design si fregiava del maiuscolo. Allora io operavo sul bianco e nero a due dimensioni mentre Mario Quaglia preferiva il colore e i volumi. Non sempre si trattava di lavoro, il gioco era spesso uno degli ingredienti e i risultati sfociavano spesso nel surreale. Una delle idee più bislacche di Mario non fu certo la coltivazione idroponica dell'insalata (era la fine degli anni '60 e nessuno ne sapeva alcunché) ma la produzione di pomodori cubici, meno soggetti al deterioramento per gli urti e più vantaggiosi, a parità di peso, di quelli sferici. Non vi svelerò qui i segreti del progetto, ve ne ho parlato solo perché i pomodori di allora erano delicati, succosi e maturi. Una quindicina d'anni dopo ero a Orlando, nella parte scientifica di Disneyland, ad ammirare dei cilindri forati di acciaio, simili a dei grandi cestelli di una lavatrice. Al centro c'era un tubo ad ultravioletti, dai fori sporgevano foglioline di insalata, nella parte esterna delle radicette esposte alla vaporizzazione di fluidi fertilizzanti. Non ebbi modo di assaggiare quel tipo di verdura che assomigliava in tutto e per tutto a quella che trovavo solitamente dal mio fruttivendolo, la stessa sensazione che provo oggi entrando in un supermercato davanti a ceste di pomodori. Sono bellissimi, tutti della stessa misura, tutti del giusto colore, sembrano veri, assomigliano moltissimo a quelli di una volta. Se quando ero ragazzo, oltre a mangiare un pomodoro, mi fossi premurato di fotografarlo, oggi penserei di poterne acquistare uno, tanto sono simili. Ma le cose si complicano ancora prima di assaggiarlo perché l'etichetta, che ne contiene la provenienza, spesso lo smaschera: un oggetto prodotto d'inverno in Olanda non può essere un pomodoro anche se gli assomiglia parecchio. Se poi uno vuole una conferma non deve fare altro che assaggiarlo e scoprire che la sua polpa è acquosa e insipida ben lontana da quella soda, acidula e zuccherina, di un frutto coltivato con cura, nutrito da terra e sole e che la sua buccia non è più quella sottile pellicola di una volta.
Poiché, per nostra natura, siamo costantemente alla ricerca di un colpevole a chi questa volta dobbiamo attribuire la colpa? Ci sarebbero diverse correnti di pensiero, tutte giustificate. Si ci mettiamo dalla parte dei slowfoodisti non possiamo che pensare che ci vorrebbe una migliore educazione alimentare ma un'altra ipotesi, più concreta, ci porta verso il mondo del denaro, verso l'economia forzata delle famiglie che sono costrette ad accettare le regole e i prezzi della grande distribuzione e a rinunciare al vecchio fruttivendolo che proponeva la qualità, unica scelta per mantenersi la clientela. Ma purtroppo ormai la scelta non c'è più, né per lui né per noi.
Poiché, per nostra natura, siamo costantemente alla ricerca di un colpevole a chi questa volta dobbiamo attribuire la colpa? Ci sarebbero diverse correnti di pensiero, tutte giustificate. Si ci mettiamo dalla parte dei slowfoodisti non possiamo che pensare che ci vorrebbe una migliore educazione alimentare ma un'altra ipotesi, più concreta, ci porta verso il mondo del denaro, verso l'economia forzata delle famiglie che sono costrette ad accettare le regole e i prezzi della grande distribuzione e a rinunciare al vecchio fruttivendolo che proponeva la qualità, unica scelta per mantenersi la clientela. Ma purtroppo ormai la scelta non c'è più, né per lui né per noi.
martedì 17 gennaio 2012
La lotteria delle elezioni
Nel 2000 Bush sconfisse Al Gore assicurandosi la vittoria in Florida per meno di 500 voti. Venne addirittura fatta la conta manuale per verificare la correttezza del risultato e i dati ufficiali non furono resi noti per oltre un mese. Bush fu eletto presidente per una manciata di voti, aveva vinto la lotteria e, a posteriori, la stessa lotteria l'aveva persa l'intero mondo occidentale. Nel nostro piccolo una storia simile l'abbiamo vissuta anche noi nel 2006 quando Prodi si affermò su Berlusconi per poche migliaia di voti. In quel caso la lotteria la persero entrambi. E' una storia destinata a ripetersi, il modello del voto popolare si fa spazio dappertutto, soprattutto in televisione, e lascia scie di pericolosa insoddisfazione nella parte sconfitta ed aumenta, quando il divario tra le parti è minimo, le possibilità di conflitto e il sospetto della frode. E' in situazioni come questa che nascono dei dubbi sul concetto di democrazia e sugli strumenti utilizzati per sostenerla. E' difficilmente accettabile, per chi va a votare, che i risultati, sia durante le elezioni che in parlamento, siano spesso legati al caso, che la vittoria o la sconfitta dipendano dalla presenza di un senatore a vita centenario o dall'assenza di un deputato ricoverato per un incidente d'auto. E' davvero mortificante per l'intero sistema sapere che i bookmakers inglesi pubblicano le quote dei candidati (nelle ultime amministrative: Moratti su Pisapia 1,70 a 2,10, Lettieri su De Magistris 1,50 ad un incredibile 18) come se si trattasse di corse di cavalli o di cani, di incontri di calcio o di boxe. Di positivo rimane la certezza che nessun candidato si presenterà alla nazione con l'arroganza del passato, quando non c'erano le scommesse perché la vittoria di una delle diverse parti in gioco era scontata. Oggi tutti sanno invece che il risultato potrebbe essere deciso durante lo scrutinio dell'ultima scheda, esattamente come in una vera e propria lotteria, e questo impone loro maggiore prudenza in attesa che venga estratto il biglietto vincente. Strano poi che nessuno abbia ancora pensato di organizzare per ciascuna tornata elettorale una vera lotteria, con i candidati abbinati alle tessere elettorali (esattamente come la vecchia lotteria di capodanno). Sarebbe l'unico modo per avere una forte affluenza alle urne!
lunedì 16 gennaio 2012
L'Uomo dei Soldi
Nel 1999 Tiscali entrò in borsa con una quotazione iniziale di 43.000 lire. Un anno dopo avevano superato ampiamente il milione, con una capitalizzazione addirittura superiore alla Fiat. Una follia collettiva? Sì, una delle tante di quegli anni costruite sul potere magico della parola internet. Tutti continuavano a comprare come a suo tempo aveva fatto il lustrascarpe di Rockfeller e gran parte di loro pianse calde lacrime qualche mese dopo quando ci fu il crollo. I segnali c'erano stati. Uno in particolare: Fiat, dopo un accordo vantaggioso con Chrysler che avrebbe dovuto spingere le sue quotazioni verso l'alto, in un solo giorno perse il 10% e da quel giorno la caduta degli indici sembrò inarrestabile. Non ci furono lunedì neri del tipo 19 ottobre 1987, giorno in cui il Dow Jones perse in poche ore il 22%, ma il tempo venne scandito da giornate grigie caratterizzate da persone che si leccavano le ferite. Come erano finiti in questa trappola? Per diversi motivi, non solo per i soldi, anche se l'idea di guadagnare facilmente del denaro avrebbe potuto essere una molla sufficiente per molti di loro. No, c'era un altro motivo. Il mondo era cambiato. Così come l'Uomo dei Saldi aveva potuto vantarsi delle sue scelte il suo successore, l'Uomo dei Soldi, poteva esibire il suo acume in un territorio ambito da molti, quello finanziario, facendo dimenticare a tutti di essere stato un lustrascarpe.
sabato 14 gennaio 2012
I Nuovi Feudi
Un certo giorno, diciamo una decina di anni fa e pur non essendo in campagna elettorale, cominciarono a vedersi in tutte le grandi città dei poster (sei metri per tre) con il volto di Berlusconi. Dopo un paio di settimane vennero affiancati da altri, con i volti di Casini, Fini e Di Pietro. Poi cominciò la campagna elettorale e i nomi dei leader comparvero con grande visibilità nel simbolo del loro partito. Fu l'inizio della fine della politica. Sino ad allora ogni partito, pur concedendo al suo interno grandi spazi di dialettica, aveva una sua linea politica, una storia consolidata in anni di progressivi aggiustamenti. Una linea comune nella quale si riconoscevano i simpatizzanti, gli iscritti, i dirigenti e con la stessa coincideva, nel Giorno dei Poster, il pensiero dei leader. Non ci fu quindi nessuna prevaricazione ma anche se nessuno di loro aveva l'idea di incoronarsi inconsciamente lo fecero e nessuno ci trovò nulla da ridire. Nessuno fu consapevole di avere firmato ai leader del tempo una delega troppo ampia, una delega che ha permesso loro di fare prevalere le loro idee anche in contrasto con la linea storica del loro partito. Quando due ragazzi si sposano il celebrante elenca i loro doveri, impegni da rispettare finchè morte non li divida. I due ragazzi pronunciano il fatidico sì ma poi, in moltissimi casi, al matrimonio segue una separazione. Quando ho chiesto ad un parroco cosa ne pensava di una promessa difficilmente mantenibile mi ha aperto gli occhi: "Se io continuerò a pensare e a sentire quello che penso oggi e se tu continuerai a pensare e a sentire quello che pensi oggi, ebbene allora sì, finchè morte non ci divida... ma poi - aggiunse il sacerdote - la gente cambia!". Le persone cambiano e allora la delega deve essere a termine, prorogabile oppure no. Se invece il volto del leader diventa il logo insopprimibile di un partito il ritorno al medioevo è un'ipotesi molto concreta.
Rigore è quando arbitro fischia!
E' famosa questa frase di Vujadin Boškov, pronunciata quando allenava la Sampdoria. E' molto di più di una battuta, è la consacrazione del ruolo dell'arbitro, un tassello importante per la sua legittimazione. Quando poi lo stesso arbitro commettesse degli errori gravi, nessun problema, lo si punisce, lo si sospende per alcune partite o, se è recidivo, lo si caccia. Sì, perchè al di sopra dell'arbitro c'è chi ne valuta l'operato, nel bene e nel male, premiandolo o lo penalizza. Questo non significa che va tutto bene, che il sistema è perfetto, ma per lo meno ci sono delle regole.
Regole che non esistono nel caotico mondo della finanza mondiale dove tre Posteggiatori Abusivi, Standard & Poor's, Fitch, Moody's, fischiano rigori anche quando la palla è a metà campo. Se poi aggiungiamo che spesso i padroni degli arbitri sono soci di alcune delle squadre in gioco, allora c'è proprio qualcosa che non va e in alcuni casi ci sono arbitri che andrebbero squalificati a vita. Standard & Poor's, per esempio, ha parecchi scheletri nell'armadio ma sembra che nessuno abbia voglia di aprirlo: in novembre del 2001 conserva la solvibilità di Enron che in poco meno di un mese fallisce, nel 2003 succede lo stesso per Parmalat che va in bancarotta una settimana dopo l'ultima valutazione positiva Un deplorevole errore ma chi fa può sbagliare. Più eclatante il fallimento della Lehman Brothers, fallita il 18 settembre del 2008 dopo che due mesi prima tutte le agenzie l'avevano promossa. Ma questo ormai lo sanno tutti.
Perchè sia rigore quando arbitro fischia l'arbitro deve essere credibile e soprattutto imparziale. Se non lo è e non lo lo si può licenziare, come nel nostro caso, lo si ignora, si fa finta che non ci sia e si continua a giocare con onestà, rispettando le regole che l'arbitro non sta rispettando in attesa che tutte le squadre ne nominino un altro, uno serio, onesto, al di sopra delle parti, che fischi solo quando rigore è e non decida che il rigore è solo quando fischia lui.
Regole che non esistono nel caotico mondo della finanza mondiale dove tre Posteggiatori Abusivi, Standard & Poor's, Fitch, Moody's, fischiano rigori anche quando la palla è a metà campo. Se poi aggiungiamo che spesso i padroni degli arbitri sono soci di alcune delle squadre in gioco, allora c'è proprio qualcosa che non va e in alcuni casi ci sono arbitri che andrebbero squalificati a vita. Standard & Poor's, per esempio, ha parecchi scheletri nell'armadio ma sembra che nessuno abbia voglia di aprirlo: in novembre del 2001 conserva la solvibilità di Enron che in poco meno di un mese fallisce, nel 2003 succede lo stesso per Parmalat che va in bancarotta una settimana dopo l'ultima valutazione positiva Un deplorevole errore ma chi fa può sbagliare. Più eclatante il fallimento della Lehman Brothers, fallita il 18 settembre del 2008 dopo che due mesi prima tutte le agenzie l'avevano promossa. Ma questo ormai lo sanno tutti.
Perchè sia rigore quando arbitro fischia l'arbitro deve essere credibile e soprattutto imparziale. Se non lo è e non lo lo si può licenziare, come nel nostro caso, lo si ignora, si fa finta che non ci sia e si continua a giocare con onestà, rispettando le regole che l'arbitro non sta rispettando in attesa che tutte le squadre ne nominino un altro, uno serio, onesto, al di sopra delle parti, che fischi solo quando rigore è e non decida che il rigore è solo quando fischia lui.
mercoledì 11 gennaio 2012
La terza guerra mondiale
Incredibile, la terza guerra mondiale è scoppiata qualche anno fa e nessuno se ne è accorto! Ovvio. Tutti temevano che prima o poi un inviato della CNN o di Al Jazeera ci mostrasse in diretta da Sarajevo l'assassinio di un nuovo Arciduca d'Austria mentre Fox News tiene d'occhio l'indice del Presidente degli Stati Uniti pronto a schiacciare il bottone rosso. Le premesse c'erano tutte. Durante le notti di agosto del 1990, a Hyeres, passavo un sacco di tempo ad ammirare atterraggi e decolli notturni dei Mirage, un allenamento per la guerra che avrebbe potuto cominciare di lì a poco. Alle nove di sera del 15 gennaio del 1991 ero invece ad Orly e aspettavo il volo per Nizza. L'aeroporto era pressocché deserto (sto parlando di viaggiatori) mentre era gremito di soldati armati. Stava per scadere l'ultimatum, la guerra avrebbe potuto iniziare il giorno successivo. Non fu così perchè il fischio d'inizio venne rimandato al giorno successivo. C'era la guerra, una guerra (alla quale parteciparono 35 nazioni) che avrebbe potuto degenerare. Ma non fu così perché il 24 febbraio Bush ne proclamò la fine. Niente terza guerra mondiale neppure questa volta. Ma una decina d'anni dopo, in diretta TV, crollarono le torri gemelle, molto più importanti di un piccolo arciduca! A questo punto le probabilità erano davvero forti, il paladino del bene era stato colpito in casa e migliaia di civili erano morti. Sarajevo al confronto era una cosa da dilettanti! Certo, ci furono conseguenze gravi, ma niente guerra globale neppure questa volta. Incomprensibile! Una guerra, in un periodo senza guerre, è sicuramente utile (lo dimostra il boom economico degli anni 50/60 dovuto alla ricostruzione) ma non tanto utile in questi tempi, non tanto utile a quei pochi che hanno certezza che da parecchi anni la guerra globale è in corso e ai quali conviene tenere un bassissimo profilo. Giulio Tremonti fu uno dei primi a schierarsi contro i nuovi signori della guerra parlando di dazi e di altri rifugi, ma prima ancora il Premio Nobel per l'economia James Tobin, nel 1972, ipotizzò la necessità di tassare le transazioni finanziarie perché loro sapevano che la guerra era scoppiata e le armi di cui munirsi non erano quelle tradizionali. La guerra, quella vera, quella che tutti abbiamo temuto ed esorcizzato, la guerra c'è e sta portando con sé tutti i disastri e le tragedie che l'umanità ha vissuto nel secolo precedente. E' una guerra dei soldi, con banche che falliscono, con aziende che chiudono, con nazioni prossime al default, è una guerra che durerà per anni perché il nemico si mimetizza e sempre più spesso si trasforma. Una volta c'era il buono e c'era il cattivo e tutti sapevamo chi erano, i telegiornali ci davano informazioni, ci dicevano che 70.000 giovani americani erano morti in Vietnam e che 50.000 russi (che poi erano 100.000) avevano perso la vita in Afghanistan, ogni giorno c'era un bollettino di guerra dettagliato. Oggi no. I bollettini di guerra ci sono e sono basati principalmente sull'andamento con lo spread con i bund ma mancano i morti. Mancano i morti, apparentemente. I morti invece ci sono perchè il Nemico non fa prigionieri.
mercoledì 4 gennaio 2012
Una droga legalizzata
Durante gli anni '70 uscì in edicola un mensile destinato agli uomini (c'erano già Playmen, italiano, e Playboy, americano, ma il mercato aveva spazio per altre testate). Si chiamava Executive e non ebbe una vita tranquilla, soprattutto all'inizio. La splendida foto della copertina (una bella ragazza bionda ripresa di spalle, ovviamente nuda, vicino ad un cavallo da tiro, biondo anch'esso) suscitò le ire di un giudice bacchettone di Verona che, alla vista del controluce del pelo pubico, ordinò il ritiro della testata in d'Italia e denunciò più di cento edicolanti per averla esposta. Alcuni mesi dopo circolavano liberamente decine di riviste pornografiche capitanate addirittura da un fotoromanzo, basato su sesso esplicito, Supersex. Fino ad allora gli amanti del genere dovevano accontentarsi di pellicole del nord europa acquistabili nei mercatini sperando di non trovarsi poi a casa con un corto di Paperino...
Questa premessa potrebbe essere OT, come si legge nei newsgroups quando qualcuno rileva un fuori tema, mentre sono invece forti le analogie con quello che è successo in questi ultimi anni al gioco d'azzardo.
Nel secolo passato chi voleva affidarsi alla fortuna aveva poche opportunità: alcune lotterie, il totocalcio, il totip, il lotto. Chi amava il brivido in diretta poteva andare, in Italia, in quattro casinò o in uno dei tanti ippodromi italiani.
Le regole erano rigide, c'erano solo il totocalcio col suo 13 e la lotteria di capodanno con la solita estrazione durante una trasmissione rai dell'epifania. Ci volle la criminalità organizzata a modificarle, ad introdurre le prima novità: con le partite di calcio si potevano giocare anche solo tre partite aumentando così le possibilità di vincita. In tutti i bar. soprattutto il sabato, proliferavano gli spacciatori della nuova droga, dei galoppini che prendevano le giocate, facevano da esattori e, in caso di vincita, da ufficiali pagatori.
Ci volle più di una decina d'anni perchè i nostri governi decidessero di iniziare a legalizzare le scommesse e (metafora) dal pelo pubico si passò al porno in pochi mesi, i bar si riempirono di slot machines, persino i casinò non poterono fare a meno di riempirsi di macchinette, il lotto generò altri mostri, le tabaccherie si tappezzarono di gratta e vinci, la tombola divenne legale Negli ultimi anni il gioco, con internet, entrò nelle case, i casinò online iniziarono (e continuano) a regalare le prime dosi di denaro per creare la dipendenza o si avvalgono di galoppini informatici che promuovono i vari siti in cambio di una percentuale sulle perdite dei clienti.
Davvero una brutta storia.! Anche in questo caso sarebbe stato sufficiente leggere i segnali che giungevano da altre nazioni: alla fine degli anni 80, tornando in aereo da Tenerife, lessi su un quotidiano un annuncio dei jugadores anónimos che spronava le massaie spagnole alla disintossicazione dal bingo (era per loro uso comune sottrarre denaro alla spesa quotidiana per potere giocare). I segnali quindi c'erano ma bisognava percepirli e metabolizzarli ma ora i buoi sono scappati, la pubblicità addirittura propone, con una premessa che assomiglia molto ad una maschilista fase di iniziazione sessuale, un padre che dà i soldi al figlio diciottenne per andare a giocare, calciatori famosi che si prestano come testimonial di aziende di scommesse... e poi squadre di calcio sponsorizzate dai diversi operatori del settore. Ma per fortuna il mondo è pieno di geni! Lo sport (quello dei motori in particolare) ha perso gli sponsor del tabacco perché il fumo è la rovina del corpo ma nessuno si è preoccupato dell'anima! Questa mia ultima considerazione potrebbe fare pensare ad un pamphlet moralistico ma non è certo questa la mia intenzione, no davvero. La sorpresa lascia il posto all'irritazione quando ti accorgi della miopia di chi prende decisioni sottovalutandone le conseguenze e non calcolandone i danni. La liberalizzazione del gioco (in tutte le sue forme) corrisponde in tutto e per tutto allo spaccio, in questo caso di una droga sottile che genera dipendenza, drammi affettivi, disastri economici.
Il giocatore inizia a giocare sperando di vincere, di trovare una scorciatoia per il denaro ma presto questo lo porta verso un vicolo cieco. E' allora che comincia a giocare per perdere.
(dialogo tra un usuraio e James Caan, nel film 40.000 dollari per non morire)
"Ma tu lo sai perchè giochi?"
"Sì, per perdere!"
"Lo sai, sei un professore di università e giochi lo stesso?"
"Sì!" (sorridendo)
Questa premessa potrebbe essere OT, come si legge nei newsgroups quando qualcuno rileva un fuori tema, mentre sono invece forti le analogie con quello che è successo in questi ultimi anni al gioco d'azzardo.
Nel secolo passato chi voleva affidarsi alla fortuna aveva poche opportunità: alcune lotterie, il totocalcio, il totip, il lotto. Chi amava il brivido in diretta poteva andare, in Italia, in quattro casinò o in uno dei tanti ippodromi italiani.
Le regole erano rigide, c'erano solo il totocalcio col suo 13 e la lotteria di capodanno con la solita estrazione durante una trasmissione rai dell'epifania. Ci volle la criminalità organizzata a modificarle, ad introdurre le prima novità: con le partite di calcio si potevano giocare anche solo tre partite aumentando così le possibilità di vincita. In tutti i bar. soprattutto il sabato, proliferavano gli spacciatori della nuova droga, dei galoppini che prendevano le giocate, facevano da esattori e, in caso di vincita, da ufficiali pagatori.
Ci volle più di una decina d'anni perchè i nostri governi decidessero di iniziare a legalizzare le scommesse e (metafora) dal pelo pubico si passò al porno in pochi mesi, i bar si riempirono di slot machines, persino i casinò non poterono fare a meno di riempirsi di macchinette, il lotto generò altri mostri, le tabaccherie si tappezzarono di gratta e vinci, la tombola divenne legale Negli ultimi anni il gioco, con internet, entrò nelle case, i casinò online iniziarono (e continuano) a regalare le prime dosi di denaro per creare la dipendenza o si avvalgono di galoppini informatici che promuovono i vari siti in cambio di una percentuale sulle perdite dei clienti.
Davvero una brutta storia.! Anche in questo caso sarebbe stato sufficiente leggere i segnali che giungevano da altre nazioni: alla fine degli anni 80, tornando in aereo da Tenerife, lessi su un quotidiano un annuncio dei jugadores anónimos che spronava le massaie spagnole alla disintossicazione dal bingo (era per loro uso comune sottrarre denaro alla spesa quotidiana per potere giocare). I segnali quindi c'erano ma bisognava percepirli e metabolizzarli ma ora i buoi sono scappati, la pubblicità addirittura propone, con una premessa che assomiglia molto ad una maschilista fase di iniziazione sessuale, un padre che dà i soldi al figlio diciottenne per andare a giocare, calciatori famosi che si prestano come testimonial di aziende di scommesse... e poi squadre di calcio sponsorizzate dai diversi operatori del settore. Ma per fortuna il mondo è pieno di geni! Lo sport (quello dei motori in particolare) ha perso gli sponsor del tabacco perché il fumo è la rovina del corpo ma nessuno si è preoccupato dell'anima! Questa mia ultima considerazione potrebbe fare pensare ad un pamphlet moralistico ma non è certo questa la mia intenzione, no davvero. La sorpresa lascia il posto all'irritazione quando ti accorgi della miopia di chi prende decisioni sottovalutandone le conseguenze e non calcolandone i danni. La liberalizzazione del gioco (in tutte le sue forme) corrisponde in tutto e per tutto allo spaccio, in questo caso di una droga sottile che genera dipendenza, drammi affettivi, disastri economici.
Il giocatore inizia a giocare sperando di vincere, di trovare una scorciatoia per il denaro ma presto questo lo porta verso un vicolo cieco. E' allora che comincia a giocare per perdere.
(dialogo tra un usuraio e James Caan, nel film 40.000 dollari per non morire)
"Ma tu lo sai perchè giochi?"
"Sì, per perdere!"
"Lo sai, sei un professore di università e giochi lo stesso?"
"Sì!" (sorridendo)
Dottor Faust e MefistoBank
Parliamo questa volta di un giovanotto poco più che trentenne. Il digitale terrestre lo ha obbligato a gettare via il suo vecchio televisore da quattordici pollici. Gli appare subito MefistoBank con la quale stipula un patto: riceverà subito una discreta somma in denaro in cambio della propria anima. Per dieci anni dovrà infatti cedere parte dei suoi introiti rinunciando ad altre cose forse più necessarie di quelle suggerite dai messaggi seducenti della finanziaria. In un primo momento il novello Faust prova un momento di liberazione che assomiglia ad un desiderio sconfinato d'onnipotenza. Tuttavia, sebbene egli faccia grandi progetti per il proprio immediato futuro e sebbene sogni di utilizzare le nuove risorse per ottenere una vita diversa, riesce solo a compiere piccoli acquisti pressocchè inutili.
Non c'è vendita ormai che non contempli una rateazione per la cessione del bene, si parla dappertutto di TAN e TAEG (come se questi acronimi fossero di casa presso tutti i potenziali acquirenti) e dell'inizio dei pagamenti dalla primavera dell'anno sempre successivo. Una volta c'erano le cambiali. Uno acquistava a rate e firmava degli impegni. Il venditore si assumeva il rischio e, quando il debitore non pagava, c'era lo strumento del riservato dominio che lo tutelava in parte. Oggi invece quando uno va ad acquistare una cosa a rate in realtà ne acquista due: l'oggetto del suo desiderio e un bel debito nei confronti di una finanziaria. Se uno non paga dovrà vedersela con il secondo interlocutore, solidamente strutturato per tali evenienze, con tutte le conseguenze del caso (già qualche anno fa - fonte La Repubblica - nella sola Milano c'erano ben 45.000 insolventi con relative azioni giudiziarie).
Gran parte degli acquisti rateali riguardano elettrodomestici e prodotti elettronici prodotti all'estero, lo sappiamo benissimo, lo vediamo tutti i giorni. Cui prodest, allora? Su tutte queste vendite, per contanti o a rate, l'acquirente paga l'IVA, tanto per cominciare, e le aziende di distribuzione mantengono una struttura commerciale sulla quale pagano tasse, contibuti, gabelle, E' facile quindi capire perchè questo contratto tragico tra Faust e MefistoBank non venga ostacolato, perchè vengano permessi messaggi addirittura inneggianti all'ottimismo e perchè la struttura di controllo taccia.
PS: le vendite a rate sono spesso una necessità e se tali sono vanno riservate a chi acquista beni durevoli di assoluta necessità, frigoriferi, cucine, lavatrici; televisori e auto possono essere delle eccezioni se di misure o cilindrate ragionevoli, tutto il resto, o quasi, va acquistato per contanti. Ci si sacrifica un po' prima e non si diventa schiavi di MefistoBank.
Non c'è vendita ormai che non contempli una rateazione per la cessione del bene, si parla dappertutto di TAN e TAEG (come se questi acronimi fossero di casa presso tutti i potenziali acquirenti) e dell'inizio dei pagamenti dalla primavera dell'anno sempre successivo. Una volta c'erano le cambiali. Uno acquistava a rate e firmava degli impegni. Il venditore si assumeva il rischio e, quando il debitore non pagava, c'era lo strumento del riservato dominio che lo tutelava in parte. Oggi invece quando uno va ad acquistare una cosa a rate in realtà ne acquista due: l'oggetto del suo desiderio e un bel debito nei confronti di una finanziaria. Se uno non paga dovrà vedersela con il secondo interlocutore, solidamente strutturato per tali evenienze, con tutte le conseguenze del caso (già qualche anno fa - fonte La Repubblica - nella sola Milano c'erano ben 45.000 insolventi con relative azioni giudiziarie).
Gran parte degli acquisti rateali riguardano elettrodomestici e prodotti elettronici prodotti all'estero, lo sappiamo benissimo, lo vediamo tutti i giorni. Cui prodest, allora? Su tutte queste vendite, per contanti o a rate, l'acquirente paga l'IVA, tanto per cominciare, e le aziende di distribuzione mantengono una struttura commerciale sulla quale pagano tasse, contibuti, gabelle, E' facile quindi capire perchè questo contratto tragico tra Faust e MefistoBank non venga ostacolato, perchè vengano permessi messaggi addirittura inneggianti all'ottimismo e perchè la struttura di controllo taccia.
PS: le vendite a rate sono spesso una necessità e se tali sono vanno riservate a chi acquista beni durevoli di assoluta necessità, frigoriferi, cucine, lavatrici; televisori e auto possono essere delle eccezioni se di misure o cilindrate ragionevoli, tutto il resto, o quasi, va acquistato per contanti. Ci si sacrifica un po' prima e non si diventa schiavi di MefistoBank.
Iscriviti a:
Commenti (Atom)
