"La
precarietà è l’unica costante dei nostri tempi, emana
un profumo che dà stimoli ad alcuni mentre atterrisce gli
altri, crea un senso quotidiano di avventura che permette ai
primi di agire e che rende immobili gli altri."
Ho scritto queste righe nel 1982, quando l'incertezza del futuro, dopo decenni di ottimismo, cominciava ad essere percepita, un segno che il Grande Cambiamento era già avvenuto, senza clamori. Erano anni in cui le madri pregavano perché il figlio trovasse un posto in banca, anni in cui la ricerca della Raccomandazione era frenetica. Erano gli anni del grande voto di scambio e la merce di scambio era l'assunzione nei grandi carrozzoni dello stato, le ferrovie, le poste, le amministrazioni pubbliche, tutte manovre che dopavano il mercato del lavoro, appesantendo il bilancio pubblico. Questa situazione era sotto gli occhi di tutti, la disoccupazione sembrava diminuita ma, se vogliamo vedere le cose da un altro punto di vista, l'offerta di posti di lavoro da parte delle aziende era sufficientemente bassa e lo stato provvedeva, attraverso le sue ramificate attività, ad una sorta di cassa integrazione generale con lo strumento principe di cui all'epoca poteva disporre, la stampa di denaro.
Queste cose le vedevo dall'esterno, non avevo mai partecipato alla grande rincorsa al posto di lavoro fisso, da anni, da precario, avevo scelto un'attività individuale, non conosciuta né riconosciuta (nemmeno tra le professioni previste per la carta di identità), quella di grafico creativo in una città spenta, priva di iniziative e di aziende. Certo, oltre alle difficoltà c'erano anche le gratificazioni, tutte però di ordine prevalentemente morale, la stima dei colleghi, l'apprezzamento da parte dei clienti, le cariche nelle associazioni nazionali ma il tutto, sempre, sul terreno scivoloso dell'incertezza. Proprio l'incertezza era lo scotto da pagare, masochisticamente, per mantenere il mio stato di precario al quale non solo mi sono abituato ma anche, col tempo e ormai sono circa cinquant'anni, affezionato.
Ho scritto queste righe nel 1982, quando l'incertezza del futuro, dopo decenni di ottimismo, cominciava ad essere percepita, un segno che il Grande Cambiamento era già avvenuto, senza clamori. Erano anni in cui le madri pregavano perché il figlio trovasse un posto in banca, anni in cui la ricerca della Raccomandazione era frenetica. Erano gli anni del grande voto di scambio e la merce di scambio era l'assunzione nei grandi carrozzoni dello stato, le ferrovie, le poste, le amministrazioni pubbliche, tutte manovre che dopavano il mercato del lavoro, appesantendo il bilancio pubblico. Questa situazione era sotto gli occhi di tutti, la disoccupazione sembrava diminuita ma, se vogliamo vedere le cose da un altro punto di vista, l'offerta di posti di lavoro da parte delle aziende era sufficientemente bassa e lo stato provvedeva, attraverso le sue ramificate attività, ad una sorta di cassa integrazione generale con lo strumento principe di cui all'epoca poteva disporre, la stampa di denaro.
Queste cose le vedevo dall'esterno, non avevo mai partecipato alla grande rincorsa al posto di lavoro fisso, da anni, da precario, avevo scelto un'attività individuale, non conosciuta né riconosciuta (nemmeno tra le professioni previste per la carta di identità), quella di grafico creativo in una città spenta, priva di iniziative e di aziende. Certo, oltre alle difficoltà c'erano anche le gratificazioni, tutte però di ordine prevalentemente morale, la stima dei colleghi, l'apprezzamento da parte dei clienti, le cariche nelle associazioni nazionali ma il tutto, sempre, sul terreno scivoloso dell'incertezza. Proprio l'incertezza era lo scotto da pagare, masochisticamente, per mantenere il mio stato di precario al quale non solo mi sono abituato ma anche, col tempo e ormai sono circa cinquant'anni, affezionato.
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