lunedì 23 gennaio 2012

L'evasione, ottavo vizio capitale

Il sesto comandamento, nella versione popolare. dice di non commettere atti impuri. Quando ero ragazzino, e potete immaginare la gravità di quegli atti, c'erano voci che con tale pratica si diventasse ciechi mentre un'altra corrente di pensiero limitava le conseguenze ad una vistosa acne. Indipendentemente da tutto ciò, che riguardava il corpo, c'era l'aspetto morale. Si commetteva peccato e veniva estratto il cartellino. Giallo o rosso dipendeva dal confessore, il peccato poteva essere veniale o mortale senza che il peccatore (in questi casi era sempre stranamente maschio)  conoscesse le differenze tra queste due valutazioni che portavano poi più o meno alla stessa pena temporale, che veniva poi scontata con preghiere, penitenze o opere di carità. Traducendo in termini pratici, quello che poteva essere un reato di ordine morale veniva cancellato purché si seguisse l'iter sopra accennato. La soluzione alternativa, adottata da molti, era il quinto emendamento che permetteva all'indagato di non rispondere perché farlo lo avrebbe incriminato.
Ho parlato di quello che succedeva più di cinquant'anni fa. Ne ho parlato perchè l'altro giorno il Cardinale Bagnasco, che ormai ha anni sufficienti per considerare peccato venialissimo l'atto impuro di un ragazzino, ha scovato un altro peccato, sicuramente più trasversale rispetto alle fasce di età, l'evasione fiscale. Non è la prima volta che non si fa gli affari suoi e, per il ruolo che svolge all'interno della sua azienda ma soprattutto per la sua professione, dovrebbe ricordarsi che può scagliare la pietra solo chi è senza peccato. La chiesa, attraverso il presidente della CEI, parla di tasse. E' poco credibile, è come se parlasse delle curve delle donne!

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